venerdì 27 maggio 2011

Sheng Mu, descrizione generale di un Paese e di un'etnia.

La descrizione generale, compilata rispondendo alle 100 domande, è preceduta da una piccola nota di colore, una visione del Paese in questione estrapolata da un diario fittizio, un'opera di fantasia che esiste nel mondo di Portal, e che scandirà la descrizione di ogni luogo. L'idea di inserire questa nota mi è venuta leggendo "Il Milione" di Marco Polo e Rustichello da Pisa.
L'etnia che ho descritto è ispirata vagamente a quella tibetana, spero possa piacervi e che non risulti noiosa nella sua complessità.

Andammo per queste contrade per ben venti giorni, ma non trovammo né rifugio né vivande, tuttavia trovammo fiere pericolose e bestie selvatiche Poi trovammo numerosi castelli e case assai, dove usava maritare come io vi dirò. Nessuna donna ha un solo marito, ma tutti i fratelli di questo che se la suddividono.
La gente è idolatra e sa bene i monti e i fiumi. Vive di frutti della terra, delle bestie e degli uccelli. Questa gente ha molti buoni cani, che piacciano assai e sono trattati bene. Egli hanno monete fattole da loro, ma non sono comuni. Si vestono poveramente con stracci e pelli di bestia.
Questa Scinmu è una provincia grandissima, ha molti laghi, fiumi e montagne ove si trova l'oro in grande quantità. E in questa provincia le femmine dei ricchi portano al collo gli idoli per gioia, e drappi di seta e coralli. Vi sono i più savi incantatori e astrologi, ma fanno tali opere diaboliche che non si vogliono contare perché meraviglierebbero troppo le persone....

- Dal diario di viaggio del mercante virocleo Antonio Serafìn

Sheng Mu è situato su un altipiano, i suoi picchi rocciosi sono probabilmente i più alti del mondo. Molti grandi fiumi che attraversano i paesi circostanti hanno origine qui. Il paesaggio è aspro e inospitale, picchi rocciosi si stagliano contro un cielo cilestrino. L'atmosfera è secca, l'estate è fresca e breve, l'inverno lungo e particolarmente rigido. Il nevischio spesso diventa bufera, sui picchi più alti i ghiacciai si fanno perenni e le zone inabitabili. Il vento spazza le valli non riparate con una forza inusuale. La vegetazione è sporadica, ma sono comuni gli alberi da clima montano quali la betulla, l'ontano, il pino e l'abete e il ginepro. La fauna è composta da leopardi delle nevi, linci, yak, gazzelle, antilopi, lepri, orsi e numerosi uccelli, fra cui la cicogna, i martin pescatore, gli avvoltoi e i picchi.
L'agricoltura è di sussistenza, estensiva e praticata con mezzi primitivi e rotazioni antiquate. Sono comuni le coltivazioni di segale, grano saraceno e frumento. Il concime delle bestie è piuttosto importante per rivitalizzare il terreno, in particolare si allevano yak e capre.
La popolazione è sparsa in una miriade di piccoli centri rurali, la densità abitativa è bassissima.

L'etnia maggioritaria si chiama "Dhong", i documenti più antichi che provano la loro esistenza sono dell'anno 58, questo fa di loro un popolo assai antico. Arrivarono nel mondo da un portale sconosciuto, perduto fra gli austeri picchi e le profonde valli di Sheng Mu, ma si ambientarono subito bene in questa zona. Sono abituati a vivere ad altitudini elevatissime, questo li ha resi estremamente resistenti e adatti al loro ambiente.
Tendenzialmente bassi e tarchiati, gli uomini oscillano da 1.50 a 1.65, le donne da 1.40 a 1.55. La loro pelle tende al color del cuoio e spesso è sciupata e screpolata dal clima proibitivo. Hanno occhi e capelli neri, che tengono lunghi in entrambi i sessi. La calvizie è rara e l'incanutimento avviene in età molto avanzata. I loro crani e i loro visi sono di grandi dimensioni e il taglio degli occhi è particolarmente affilato. Hanno arcate sopraccigliari sfuggenti e zigomi sporgenti. I nasi sono piatti, raramente aquilini. La peluria è scarsa o assente, nessun uomo porta la barba, ma alcuni portano i baffi, sebbene siano poco folti.
Si tratta di un popolo stanziale ma ancora legato per alcuni aspetti al nomadismo, in particolare tra i pastori, che è il mestiere tradizionalmente più diffuso, sebbene esistano anche numerosi contadini, minatori e cacciatori. I lavoratori sono comunque flessibili e possono cambiare mestiere secondo stagione o secondo necessità.
Il loro livello tecnologico è basso, gli strumenti in ferro sono molto costosi a causa delle tecnologie estrattive antiquate. I contadini utilizzano strumenti di legno e aratri leggeri spesso a trazione umana. Le armi di selce scheggiata sono ancora assai comuni. La tecnologia costruttiva si fonde su un'ampia quantità di manodopera servile. Così possono esistere palazzi smisurati e fastosi, ma anche chiese e monasteri dall'architettura complessa e raffinata.
La poliandria è comune, la donna che sposa un uomo sposa anche tutti i suoi fratelli, questo per non frazionare eccessivamente la scarsità delle risorse agricole ed alimentari. I matrimoni sono decisi dalle matriarche delle famiglie, che detengono il potere assoluto della casa e dell'economia domestica, sebbene in misura non ufficiale. Molte ragazze non riescono a sposarsi, è comune che la secondogenita finisca in un monastero. I matrimoni sono tutti combinati, quindi non esiste un vero e proprio corteggiamento, ma pratiche rituali e formali di incontro. Il sesso prematrimoniale è comune e non particolarmente osteggiato, si lascia che i giovani facciano le loro esperienze, la nascita di un figlio extra-matrimoniale è un evento spiacevole ma non disonorevole. Il figlio illegittimo viene normalmente inserito nella famiglia. Il matrimonio è un rito religioso assai cupo e pomposo, che viene preso molto seriamente. In seguito, dopo che è stato consumato almeno un  rapporto sessuale fra la moglie e ogni marito, si preparano alcuni giorni di festa, solitamente tanti quanti sono i mariti, con banchetti e danze.
I bambini hanno discendenza matrilineare e la paternità di essi non è mai certa. I maschi della famiglia trattano i piccoli come fossero esattamente loro figli, non esiste la figura dello zio, del nonno o del fratello maggiore, tutti questi maschi vengono chiamati padre, ovvero"Jaja". La società si aspetta comuni responsabilità da ognuno di essi. L'educazione è rude e pragmatica, la stragrande maggioranza della popolazione è analfabeta, ma vengono tramandati oralmente modi molto ingegnosi per rapportarsi con l'ambiente naturale. Un dhong che si rispetti sa quando deve tenere le sue bestie al riparo, sa quando verrà una tempesta di neve, sa quando l'acqua è calma e si può partire per fiume.
Il rituale funebre è assai peculiare, ma è giustificato dalle ristrettezze abitative e dalla scarsità di risorse. I morti vengono fatti a brani da un sacerdote su di un'altura montana, quindi dati in pasto pezzo per pezzo agli avvoltoi. Questo rito è considerato dignitosissimo, poiché il defunto "torna a essere parte del tutto" e solo in questo caso può avvenire la metempsicosi. In alcuni casi è accettabile anche la cremazione, la sepoltura è invece pensata con orrore, sentita come claustrofobica e legata al marciume della terra.
L'abitazione tipo è costituita da una sala comune e una zona dedicata al riposo. Nella sala comune le donne allevano i bambini, parlano e confezionano i vestiti per la famiglia. Anche i pasti vengono consumati qui, attorno a un basso tavolo rettangolare senza sedie. La famiglia mangia tutta assieme, non esiste una gerarchia legata al posizionamento degli ospiti o dei capifamiglia. I pasti vengono cotti dentro a un unico pentolone, posto poi al centro del tavolo, da dove comunemente ogni persona attinge la quantità di cibo che desidera. L'unico tabù alimentare è il cane, per il resto viene consumato quasi tutto, soprattutto carne di yak, di pecora e di lepre. La carne è stufata insieme al sedano, al peperoncino verde e alle carote. Altri modi di consumarla sono tramite la produzione di salsicce, a cui viene aggiunto anche il sangue, mangiate soprattutto fuori casa dai pastori e dai cacciatori insieme a una focaccia non lievitata. Altri capisaldi dell'alimentazione sono le zuppe di cereali, spesso condite con particolari radici profumate, e i formaggi sia freschi che stagionati. Durante le festività si consumano dei dolci particolari: i "Khapse". Si tratta di biscotti fritti fortemente zuccherati che vengono intrecciati in forme complesse.
Sia fuori che durante i pasti, sia uomini che donne, bevono un alcolico estratto dal frumento, lo "Njopo".
I pasti sono consumati dentro ciotole colorate coi colori dell'arcobaleno. Le classi inferiori mangiano con le mani, quelle medio - alte con le bacchette.
I dhong amano particolarmente un tipo di cane chiamato "Dzawa", un tipo di mastino dal corpo possente che esiste solo a Sheng Mu. Le rappresentazioni pittoriche di questo animale sono così antiche che è facile dedurre che sia stato portato nel mondo dai primi membri di questo popolo che attraversarono i portali. Questo spiega anche il loro legame ancestrale con questo cane, utilizzato per cacciare e per fare la guardia, mai per scopi meno nobili. I combattimenti fra cani, il maltrattamento e l'uccisione sono giudicati in modo molto duro dalle autorità. Fra questo popolo il cane è quasi un animale sacro, non viene adorato, ma viene rispettato come un membro della famiglia.
Per difendersi i dhong utilizzano lance rudimentali decorate con nappe e nastri a colori vivaci. Non esistono leggi che vietano di portare le armi, anche il più povero contadino possiede un pugnale di selce per difendersi dalle numerose insidie.
Questo popolo sembra non conoscere svaghi, il dovere e la preghiera sono considerati di primaria importanza. Qualsiasi attività artistica è malvista, infatti l'arte viene praticata solo nei monasteri e dai monaci. Gli artigiani di professione esistono solo in numero esiguo, l'autoproduzione è largamente diffusa.
La professione del contadino è considerata la più utile e dignitosa, sebbene nella realtà siano servi della gleba legati alla terra dei monasteri o dei palazzi.
Anche i rapporti umani sono piuttosto austeri, nella cultura dhong ci si saluta unendo i due palmi delle mani come in preghiera e facendo un inchino, la cui gradazione è differente a seconda delle classi sociali. Un sacerdote non è tenuto a inchinarsi dinanzi a un lavoratore, ma soltanto a unire le mani. Un nobile non è tenuto neppure a rispondere al saluto, anzi, farlo sarebbe particolarmente umiliante per la sua posizione.
Non usa introdurre l'un l'altro due persone che non si conoscono, queste si saluteranno vicendevolmente e diranno ad alta voce i loro nomi.
I dhong non amano molto il linguaggio del corpo, le emozioni vengono espresse più spontaneamente a parole, il corpo compie azioni meccaniche e formali, tanto che la gesticolazione durante le conversazioni è praticamente sconosciuta. Più di un dhong, alla vista delle mani in movimento di un membro d'un altra etnia, si è spaventato e difeso pensando a un'aggressione. Una cosa assai curiosa è l'inesistenza del bacio, un gesto incomprensibile agli occhi di un membro di questo popolo.
Non esistono nemmeno gestualità offensive, ma esiste un armamentario di offese verbali molto gravi e fantasiose, ad esempio "Sham lun zasa"che significa letteralmente "muso da scimmia", può sembrare banale, ma significa implicitamente che la propria madre è una prostituta e che ha copulato con una scimmia, o che i propri padri sono loro stessi scimmie, considerati animali sporchi, stupidi e maligni. Questa offesa colpisce nel cuore un dhong e sovente è lavata col sangue.
Esiste anche un epiteto offensivo che viene usato per definire la vicina popolazione dei "Kameng", si tratta di "Okhana", letteralmente "nasoni". Questo insulto sottolinea i tratti fisici, assai diversi e per questo considerati volgari e grotteschi, di questo popolo.
I dhong non negano mai l'ospitalità agli estranei e ai viaggiatori, ma solo se si fermano per tempi brevi e si mostrano rispettosi. Malgrado questo la famiglia è solita alzare un muro davanti all'ospite, accogliendolo con silenzio e formalità. La conversazione sarà tenuta soltanto dall'uomo più anziano della famiglia, ma resterà sempre di tono formale e impersonale. Spesso gli stranieri si sentono a disagio fra questo popolo, le cui intenzioni possono apparire criptiche.
Esistono tre grandi dialetti che identificano tre diverse zone economico-culturali. Questi dialetti hanno profonde radici comuni e i parlanti si comprendono tranquillamente a vicenda. Le elite mercantili e nobiliari spesso conoscono la lingua dei kameng, che sono i principali interlocutori economici e politici dei dhong. I sacerdoti hanno invece una cultura scritta assai profonda e non comune. L'alfabeto dhong è assai intricato e pomposo, i sacerdoti impiegano anni per imparare a leggere gli antichi testi e per replicarli. La poesia e la prosa raggiunge livelli altissimi, ma è una pratica elitaria e assai manierata, da cui non può precludere una profonda conoscenza dei testi religiosi classici su cui la lingua è basata. La lingua si presta bene ai giochi di parole e alla poesia, infatti è ricca di sfumature e di sinonimi ma fra il popolo molti di questi sono sconosciuti o non utilizzati. Esistono numerosi eufemismi legati al pudore, utilizzati soprattutto dalle donne e dalle classi sociali medio - alte. Fra questi c'è il termine "Puen" che indica un uomo nerboruto, ma in alcuni casi anche il membro del maschio. Oppure "Sbugu" che significa letteralmente "prelibato", ma è utilizzato anche per nominare un capo di bestiame o un pezzo di carne, il cui nome volgare "Gruthub" è anche un'offesa per indicare le persone indolenti o ritardate, quindi utilizzata soltanto in determinate occasioni, o per lanciare insulti velati.
L'onestà è un concetto importante, il brigantaggio è punito con la morte, un semplice furto con una mutilazione, il furto di oggetti sacri è punito con la sequenza di tortura, mutilazione, morte e sepoltura in piena terra a scopo dispregiativo.
L'onore di una donna è far prosperare la famiglia, quella di un uomo lavorare ed essere ligio alla propria comunità e ai propri signori feudali, siano essi sacerdoti o nobili.
La proprietà è tenuta in alta considerazione, ogni famiglia possiede un certo numero di oggetti di casa che vengono tramandati per generazioni. Le abitazioni migliori sono di pietra, quelle più comuni di tela, paglia e fango. Quest'ultime vengono ricostruite e rattoppate ciclicamente.
La comunità è molto coesa ma non campanilista. È considerato membro della comunità solo colui che è di etnia dhong e vive e risiede a Sheng Mu. Chi va fuori dal paese senza l'intenzione di tornare è considerato un diseredato che disprezza i propri avi. I membri delle altre etnie non sono apprezzati e vengono emarginati, se non perseguitati. Le minoranze religiose sono semplicemente impensabili, malgrado ciò sono sorte numerose sette millenaristiche e società segrete di stampo ereticale.
Al vertice della società stanno i nobili di discendenza. Sono proprietari di terre e hanno numerosi privilegi, fra cui il "A-khu", termine che deriva da un grido di guerra, che consiste nella chiamata alle armi. Molto numerosi sono anche i latifondi della Chiesa, che spesso è in competizione o in combutta con i nobili. I sacerdoti di grado più elevato vengono proprio dalle famiglie nobiliari, per questo si intrecciano facilmente trame politiche nei chiostri e nei palazzi.
I mercanti sono pochi e lavorano in ambiti geograficamente limitati, i più fanno da intermediari col paese di "Pemak", sulla cosa nord-occidentale di Sheng Mu.
I dhong non hanno un particolare senso estetico, però amano portare i capelli lunghi e non apprezzano la barba. Una ragazza vestita a festa può dipingersi il volto con alcuni estratti naturali dai colori ocra e blu. Sono piuttosto comuni anche gli orecchini per entrambi i sessi, di solito si tratta di grandi cerchi dei più svariati materiali, dall'oro per i ricchi all'osso per i poveri.
Questo popolo fabbrica i vestiti con pelli di pecora e di yak in modo sobrio e funzionale. I colori della terra, il bianco e il grigio sono i più comuni. I vestiti buoni delle famiglie, utilizzati solo nei giorni di festa, hanno colori vivaci come il blu, il rosso o il giallo. I ricchi si vestono con colori accesi ogni dì, che è simbolo di prosperità. I sacerdoti vestono poveramente con tonache nere o marroni.
La cultura dhong è fortemente influenzata da una religiosità macabra. Il teschio è un tema molto comune, spesso è rappresentato gemmato o decorato. Anche i volti dei demoni sono comuni, grotteschi e ridondanti sono utilizzati come spauracchio per i fedeli. Questo influenza la produzione artistica, che è legata tenacemente con la religione, tanto che rappresentare scene a scopo non religioso è considerato volgare. Sono comuni i rotoli con le vite dei "Bamaba", i santi del passato, alcuni reali e altri mitologici. Questi rotoli decorati esplicano nel modo più chiaro possibile i buoni esempi ai fedeli e vengono srotolati nel corso delle funzioni liturgiche. Le statue di legno e di pietra sono appannaggio dei monasteri e dei nobili, la classe media e le edicole di strada possiedono statue fittili che rappresentano "Keshav", il fondatore della dottrina filosofica che questo popolo abbraccia fino al fanatismo. Il "Keshavismo" è una religione fortemente propria dei dhong, che non tentano di fare proselitismo o di imporla agli altri, ma anzi ne sono assai gelosi (sebbene la conversione di stranieri non sia vietata). I testi sacri contengono informazioni legate alla meditazione, ai miti e le parabole della vita di Keshav e dei suoi seguaci. Da questi, nel corso dei secoli, si sono evoluti testi filosofici anche molto diversi fra loro. Alcuni sono stati accettati nella religione ufficiale come testi sacri ispirati, altri sono stati distrutti dimenticati per sempre, altri ancora sono ispirazione per le sette. Il senso ultimo della dottrina è raggiungere il "Dzok", traducibile come "grande perfezione". Un perfetto smetterà di reincarnarsi e dimorerà nel "regno celeste", un luogo di pace chiamato "Gyag".
La pressione religiosa sulla vita privata è fortissima, tanto che i sacerdoti hanno il ruolo di giudici in materia di fede e possono anche condannare i blasfemi a scontare varie pene o a morte. La Chiesa ha generato una forte coesione sociale, tanto che le parole di un sacerdote possono infervorare le masse e portarle anche a prendere le armi contro un nemico del clero o un invasore.
Il rituale del "Ghai" viene svolto ogni quindici giorni, durante queste due ore mattutine si onora Keshav e i santi tramite canti gorgogliati e genuflessioni.
Il keshavismo è considerato dai suoi seguaci come la luce nelle tenebre, tutti coloro che non lo seguono sono condannati alla reincarnazione eterna, quindi alla dannazione. Malgrado questo non c'è un'attività di proselitismo organizzato, forse per la diffidenza che i dhong nutrono nei confronti delle altre etnie.
I miracoli sono una delle basi fondamentali della religiosità. La fede viene resa come innegabile attraverso l'esplicazione dei prodigi compiuti dai bamaba del passato, oppure attraverso statue che parlano, piangono o ridono.
Un altro strumento di controllo sociale utilizzato dai sacerdoti è la paura degli inferni, chiamati "Chada". Esistono innumerevoli inferni e ogni rotolo sacro ne descrive minimo dieci. Secondo la dottrina keshavista il ciclo delle reincarnazioni può interrompersi se il defunto ha compiuto in vita efferatezze assai gravi, e quindi la sua anima finire in un chada. La fantasia sadica dei dhong è piuttosto orripilante agli occhi degli altri popoli, la descrizione dei tormenti infernali scandisce la vita religiosa del popolo e lo educa alla rettitudine, ma non meno lo rende fatalista, cupo e disilluso.
Fra le festività più importanti si ricordano l'Ascensione di Keshav al paradiso, la "Hatha" e il primo giorno dell'anno, la "Wama Yasa" che significa "Festa della rinascita". Quasi ogni giorno del calendario è dedicato alla memoria di un evento o di un santo, solo dodici giorni l'anno sono mantenuti vuoti, poiché ricordano eventi particolarmente negativi nella mitologia o nel passato. Queste giornate sono chiamate "Ra'a", che significa "aride" e sono considerate particolarmente infauste dalla superstizione popolare.
La setta più diffusa è la "Taja Yapha", ovvero la "Dottrina del diamante", elaborata nel 486 dal filosofo "Skrainga". Si tratta di un gruppo coeso di fanatici millenaristi particolarmente ortodossi. Costoro si rifiutano di mangiare animali, di servire nell'esercito, di pagare le tasse e di sottostare al potere dei nobili e del clero regolare. Essi riconoscono legittimi solo coloro che, tramite rituali complessi, sono giudicati reincarnazioni dei santi e dei grandi maestri del passato. La venerazione di questi santi viventi può trascendere ogni limite di umana sensatezza, per questo le autorità temono in modo particolare questa setta che sovverte ogni gerarchia sociale, mentre il clero condanna la sua dottrina come la peggior blasfemia mai pronunciata. I seguaci del Taja Yapha sono persone che hanno pochi contatti con la società, per questo sfuggono dalle sue strette maglie. Di solito sono pastori nomadi, banditi e girovaghi.
Quella della nobiltà è una casta ristretta e inaccessibile, i gradi non sono ufficiali ma consuetudinari ed estremamente intricati secondo ricchezza, influenza nella Chiesa e discendenza dinastica.
Per un qualsiasi popolano l'unico modo per salire di grado sociale è ascendere nei ranghi ecclesiastici, sebbene non sia né semplice né sempre possibile.
Il governo è guidato dal più alto sacerdote, il cui titolo onorifico è "Zhwashi Dungu", "Sacra Eternità". Esso viene eletto da una congrega di sacerdoti influenti, e formalmente è sovrano assoluto. Nella realtà delle cose è sempre una marionetta nelle mani di questa o quella famiglia nobiliare. Non è raro che durante le elezioni (che possono durare mesi o anni creando crisi di governo) i nobili si scontrino in scaramucce coi propri eserciti privati o tentino di assassinarsi a vicenda. Anche per questo l'alto sacerdote si protegge con una guardia personale che è tradizionalmente la meglio equipaggiata e la meglio addestrata del paese.
Il potere è fortemente decentralizzato, ci sono aree periferiche dove il Zhwashi Dungu non ha la minima autorità, poiché l'aristocrazia locale è troppo potente. Nel resto del paese l'autorità è presente ma è facile aspettarsi che i nobili esercitino pressioni e consuetudini localistiche.
Ogni nobile e ogni monastero chiama i propri uomini alle armi, ma quando si tratta di conflitti interni si preferisce fare ricorso ai mercenari stranieri.
I popolani chiamati alle armi sono utilizzati perlopiù a scopo difensivo contro le scorrerie degli "Osberg", dei razziatori del nord considerati degli efferati servitori dei demoni e odiati da tutta la popolazione.
L'esercito di leva è povero e male organizzato. Nessun soldato può permettersi un'armatura di ferro e anche quelle di cuoio sono rare. Gli elmi e gli scudi di legno sono invece più comuni. Le armi sono in ferro ma anche in selce, comunemente si tratta di lance corte, giavellotti e archi. Le spade sono appannaggio dei ricchi, che solitamente servono come ufficiali o fanteria pesante. Le forze sono interamente composte da fanti, la cavalleria è considerata un tratto dei popoli barbari, inoltre la struttura del territorio non facilità né l'uso né l'allevamento di animali da sella. La tattica standard di combattimento si basa sulla forza delle masse e tiene poco conto della vita del singolo.
Gli esattori delle tasse sono locali, il governo ha i propri latifondi e i propri contadini come qualsiasi altro nobile o monastero e con questi si autofinanzia. Far fluire risorse esterne all'area di immediata influenza governativa è quasi impossibile, qualsiasi azione è coordinata dalla diplomazia e dalla stessa finalità di intenti, mai da un atto di forza del governo.
Quasi ogni monastero e ogni aristocratico si prende il diritto di battere moneta, ognuno coi propri pesi e le proprie misure, questo caos di valute ovviamente invalida il commercio interno.
Il sistema giuridico applica la legge del taglione e la tortura come strumento di interrogatorio e di pena. I giudici sono sempre i nobili e i sacerdoti, non esiste una legislazione scritta ma solo un diritto consuetudinario tramandato oralmente. I crimini più gravi sono il banditismo e il furto di oggetti sacri. La cattura dei criminali e il ruolo di polizia è affidato ai liberi cittadini scelti a rotazione che sono come è ovvio pensare, male armati e male organizzati.
La magia è estremamente controllata, viene studiata nelle corti nobiliari per scopi personalistici delle famiglie aristocratiche. Molto spesso gli incantatori sono stranieri chiamati con la promessa di ricchezze e prestigio. Il clero diffida e condanna queste pratiche, ma senza prendere una posizione oltranzista.

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